La Caritas di Como attacca sul trasferimento improvviso da parte delle forze dell’ordine di 70 migranti dal centro di via Regina verso Bologna e Torino.
“L’intervento di martedì mattina – afferma Roberto Bernasconi, direttore della Caritas della diocesi di Como – ci ha sorpreso e ci ha lasciato senza parole. In questi anni, con stile di solidarietà, lealtà e secondo il principio di sussidiarietà, abbiamo collaborato con tutte le istituzioni del territorio, a tutti i livelli, a prescindere dalle appartenenze politiche e nel rispetto delle competenze di ciascuno, perché a orientare ogni azione ci fossero sempre le “persone” e la loro dignità, soprattutto i più bisognosi e in difficoltà”.

“La Caritas da due anni è accanto a Croce Rossa nella gestione del Campo di via Regina e nell’assistenza delle persone accolte (per quanto riguarda gli iter burocratici, legali, ma anche per la collocazione immediata dei soggetti più fragili, come minori, donne sole, in stato di gravidanza o con figli al seguito): nessuno di Caritas Como era stato informato dei trasferimenti decisi per questa mattina, se non attraverso una fuga di notizie. Non lo riteniamo un modus operandi corretto – aggiunge Bernasconi – guardando alla rete di reciproca collaborazione costruita negli anni. Abbiamo visto, questa mattina, tante persone che, commosse, hanno caricato sui pullman i propri bagagli salutando, con affetto sincero, gli operatori del campo: significa che, pur in condizioni difficili e particolarissime, si è lavorato bene, restituendo alle persone quel senso di umanità che i tanti ostacoli affrontati avevano affievolito o cancellato”.
“Non abbiamo ancora ricevuto risposte circa le motivazioni alla base dei trasferimenti – chiude Bernasconi – ci auguriamo vadano in un’ottica di integrazione, secondo il principio delle accoglienze diffuse, che non creino tensioni e favoriscano l’inserimento nel tessuto sociale comunitario. Non possiamo, poi, non esprimere perplessità e interrogativi circa il futuro del Campo: la sua chiusura non ci sembra un’emergenza per il territorio e restano aperte le domande sulle modalità di gestione delle prime accoglienze in caso di nuovi arrivi (che restano comunque possibili) o di riammissioni da parte dei Paesi europei (che comunque continuano a esserci). Resta poi il nostro impegno a chiedere che gli iter amministrativi siano precisi e celeri (non superficiali) e che ci sia chiarezza sul futuro di tante persone che hanno completato, magari positivamente, il percorso per il riconoscimento del proprio status ma, a tutt’oggi, non ha certezze sul proprio domani, in Italia e in Europa”.