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Solidarietà e Sociale

Una casa in memoria dei bimbi uccisi nel rogo del 2017. Paini: “Sono morta anche io”

Francesca Paini, presidente della Fondazione Scalabrini, è una di quelle persone che non solo non cercano scorciatoie per raggiungere i propri obiettivi, ma amano complicarsi la vita. Perché, a sentirla parlare di cifre, il primo pensiero è “Ma chi ve l’ha fatto fare?”.

E da lì a pensare “Vi siete cacciati nei guai da soli. Arrangiatevi” il passo è breve. Ed eccole, le cifre: quasi 218mila euro per acquistare un appartamento nell’ex-Pastificio Castelli (di cui solo 98mila raccolti finora e lo spettro di un mutuo ventennale che non coprirà neanche tutti i costi) in cui accogliere famiglie in difficoltà quando sarebbe bastato affittarne uno, come già fa abitualmente la Fondazione.

E poi, 73mila euro per ripagare i danni alla casa di via Per San Fermo (quella in cui persero la vita, un anno fa, i quattro bambini e il loro papà che la Fondazione stava cercando di aiutare), che, per Legge, sarebbero spettati ad altri.

Perché? Il perché è chiaro quando la vedi scivolare nella neve pur di farti visitare il cantiere del nuovo appartamento e vedi gli occhi lucidi mentre ti spiega le ragioni di quella che, a tutti gli effetti, sembra una follia. Perché, si sa, a muovere i sogni (e il cuore) non sono mai i numeri e la ragione, ma serve un po’ di incoscienza e una voglia di cambiare talmente forte da sfidare qualsiasi buonsenso.

“Le storie finiscono quando si smette di raccontarle – spiega Francesca – e la storia di quella famiglia non poteva finire lì. Le case per la nostra Fondazione rappresentano un inizio e quella casa non poteva essere solo una fine. E poi non potevamo andare avanti come prima dopo quello che è successo, dovevamo cambiare pelle. E la nuova pelle doveva includere quei bambini”.

E così la Fondazione si è fatta interamente carico dei danni all’appartamento ma ha rinunciato a continuare a prenderlo in affitto. “Ho accompagnato lì la mamma a cercare i vestitini dei piccoli. Lei quel giorno è morta ma sono morta anch’io e lì non ci voglio tornare mai più”, racconta con la voce rotta.

Ecco prendere vita il sogno di acquistare un appartamento da dedicare alla loro memoria. E i conti da pagare: “Avevamo due strade per raccogliere i soldi in maniera facile. Uno era calcare la mano sul dramma dei bambini ma non avremmo mai potuto strumentalizzarli così. Oppure potevamo calcarla su chi non ci ha aiutati, ma questo atteggiamento distrugge la coesione e noi la coesione la costruiamo”.

Ma c’è una terza via: una serie di iniziative per raccogliere fondi: mostre, vendite di opere d’arte (quel “Natale con le palle” che ha fruttato oltre 6mila euro), una cena (il 21 febbraio, in collaborazione con il Centro di Formazione Professionale ) e una piattaforma di crowdfunding (successivamente.org) su cui poter contribuire con una donazione (che darà diritto a un “riconoscimento” tra cui, appunto, un posto a tavola per la cena).

Ultima di queste iniziative è il concorso artistico “Verso casa”: entro il 18 febbraio chiunque (hanno già dato la loro disponibilità Fabrizio Musa, Matteo Galvano e altri artisti ma l’iniziativa è aperta a tutti) potrà regalare alla Fondazione una sua opera ispirata al titolo dell’iniziativa (unico limite alla fantasia, le misura 21×21 cm).  Tutte le opere, anonime, verranno poi esposte al Broletto, giudicate da una giuria e, successivamente, messe in mostra in luoghi diversi della città per essere acquistate (con una donazione minima di 5 euro).

A chi sarà destinata quella casa?
A famiglie con sfratto esecutivo dando la precedenza a chi ha bambini o disabili. Offriamo case al massimo per un anno durante il quale le persone vengono aiutate nella ricerca di un lavoro da altri enti. Non è assistenzialismo (le spese, seppur calmierate, sono a carico degli inquilini), offriamo tempo. Sei con le spalle al muro, ti tolgo il muro e ti do la possibilità di farcela.
Chi sono le persone che aiutate?
Persone normalissime che, semplicemente, in un certo momento della vita non ce la fanno. Un imprenditore fallito che viveva nel retrobottega del suo negozio con la moglie e tre figlie. Una famiglia di sette persone con un bambino di 16 giorni e lavori in nero o a chiamata. Senza garanzie per affittare un appartamento avevano speso tutti i loro risparmi dormendo in una camera d’albergo. E poi ci sono storie che fanno capire che il mondo non è un posto lineare e ti sorprende sempre.
Tipo?
Quella di un ingegnere venuto dal Sud a cercare lavoro. Ma con la partita Iva e qualche lavoretto non poteva fornire garanzie per affittare un appartamento e quando l’hanno raggiunto la moglie e il figlio non ce l’ha più fatta. Gli abbiamo dato una casa per un anno e ora sono riusciti a comprarsi un piccolo appartamento. Ma sai chi era il proprietario dell’appartamento nel quale l’abbiamo ospitato? Un marocchino che aveva lavorato a Como per 15 anni. Ora si è trasferito in Francia e ci ha messo a disposizione la casa per aiutare chi ha bisogno.

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato su ComoZero settimanale, in distribuzione ogni venerdì e sabato in tutta la città: qui la mappa dei totem.

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