Praticamente ognuno di noi, almeno per una settimana all’anno andando via da Como, si trasforma nell’invasore di luoghi altrui, fermo a fare foto tra i piedi di chi è in giro a lavorare, nell’usurpatore di tavolini del bar preferito di qualcuno.
Ma per il resto dell’anno, se vivi in una meta turistica, sei condannato a essere tu l’invaso, l’esiliato nelle vie secondarie, quello che trova il “suo” tavolino occupato e lo spritz che oggi costa il triplo ed è pure annacquato.

Ma è in momenti come questo che si riscoprono sacche di resistenza che sono una luce di speranza per chi vorrebbe solo fare acquisti o sedersi in pausa pranzo senza lasciare un rene e, magari, senza assistere alla quotidiana uccisione di un risotto accompagnato dall’immancabile cappuccino.
E uno di questi luoghi in cui sembra quasi di essere tornati alla Como di qualche anno fa, fatta di qualche turista ma, soprattutto, di molte facce familiari, è la parte “bassa” di via Milano dove, a pochi metri dalla città murata, il tempo sembra essersi fermato a quando non c’era fretta di liberare il tavolo e in coda davanti a te dal fornaio non trovavi solo decine e decine di turisti a comprare la focaccia da portare in battello.
Siamo andati quindi a fare due chiacchiere con alcuni degli esercenti di questa via, per farci raccontare se davvero è reale questa sensazione di sentirsi “a casa”, spesso ormai perduta in pieno centro, che si assapora incamminandosi oltre Porta Torre.
Bar Caffè&Caffè
“La sensazione è giusta, siamo nella zona limite perché al di là della Torre la città è diventata molto turistica da tutti i punti di vista, ma questa zona è forse ancora uno degli ultimi pezzi della Como come ce la ricordiamo qualche anno fa – sono le parole di Carlo Brenna, che da 2013 gestisce questo frequentatissimo locale dopo anni dietro il bancone di un omonimo bar in pieno centro storico – questo non significa che qui non ci siano case vacanze, anzi sono moltissime, e da circa cinque anni i turisti sono aumentati anche in questa zona, però i comaschi sono ancora la maggioranza e sono clienti fissi tra uffici, Tribunale, dipendenti dei negozi e gente che abita qui. E io preferisco questo tipo di clientela, poi se il turista c’è ben venga, se no va bene ugualmente”.

E le sue non sono solo parole, perché mentre racconta continua a battere scontrini a clienti a cui basta dire che hanno “preso il solito”, distribuendo sorrisi, chiedendo come va con una confidenza che è davvero quella del bar di quartiere dove sentirsi a casa.

“Qui vengono ancora i vecchietti a fare colazione e a bere un the in compagnia al pomeriggio senza la sensazione di dover liberare i tavoli per far posto ai prossimi clienti “, aggiunge infatti. E già questo basterebbe ad eleggerlo posto del cuore in una città che va sempre più veloce.
Ul Pan de Com
La fila c’è e non mancano neanche i turisti, ma qui in coda davanti a te trovi soprattutto la signora che da anni si fa mettere via sempre lo stesso tipo di panini e quella che, intanto che aspetta, fa due chiacchiere su quanto crescono in fretta i nipotini. E se squilla il telefono, Mara sa già al “pronto” che pane vuole il cliente che ha chiamato e che “deve essere morbido, mi raccomando”.
Se c’è un’istituzione in questa via, ma anche in tutta la città, è proprio questo piccolo fornaio che porta nel nome il ricordo di quando la nostra città non era celebre solo per il lago, ma anche per il suo pane tanto straordinario da essere spedito ogni mattina in treno a rifornire le panetterie di Milano.

“Il negozio è qui dal 1927 e l’anno prossimo compie cento anni, di cui più di trenta con la nostra gestione, e credo che siamo uno degli ultimi, se non l’ultimo in città, con nel retrobottega il forno artigianale – racconta da dietro il bancone – abbiamo servito letteralmente generazioni di comaschi ed mi emoziona sempre vedere tanti bambini di allora che oggi vengono accompagnati dai loro bimbi”.
“I clienti qui non sono un numero da servire e basta, siamo un punto di ritrovo in cui fermarsi a fare due chiacchiere, magari anche in dialetto, o scambiare una confidenza in un momento complicato. E’ soprattutto questo che mi piace del mio lavoro”. Ed è un tesoro di valore ineguagliabile che merita di essere davvero difeso.
Pizzeria da Quinto
Qui la pizza si misura a ruote e, probabilmente, nessuno è mai riuscito a finirne da solo una intera. Quel che è certo è che “la pizza di Quinto” è una di quelle leggende cittadine che nessun locale instagrammabile e nessuna “experience” patinata riuscirà mai ad eguagliare.

Regina assoluta di questo piccolissimo locale aperto dal 1940 appena dopo i portici è lei, Luigia de Matteis, “la Gigia”, come la chiamano tutti, che con la mamma Giuseppina ha letteralmente servito generazioni di comaschi.
“Ai nostri tavoli si siedono anche turisti, ovviamente, ma per la maggior parte sono clienti abituali, ragazzi che prima venivano con i loro papà a mangiare la pizza e ora arrivano con i loro bambini, gente che va via per lavoro e, quando torna, prima di andare a casa passa da qui a salutare e persone che da anni hanno l’abitudine di venire a cena un certo giorno della settimana e continuano a farlo – racconta infatti – è ‘tanto’ tutto qui dentro e queste sono le cose che ti riempiono il cuore”.

E se pensate di trovare in menù piatti che strizzano l’occhio all’americano in cerca della cacio e pepe servita nella forma di formaggio o delle (inesistenti) fettuccine all’Alfredo annegate nella panna, vi sbagliate di grosso: “Siamo tornati a proporre, su richiesta, piatti che non fa più nessuno come le cervella fritte, le lumache, le rane”, spiega aprendo uno spiraglio di luce in un mondo di locali in cui sembra che esista solo pasta.
“L’unico rammarico è che formiamo tanti ragazzi e poi se ne vanno altrove in cerca di altre strade, ma Quinto è Quinto, e anche se impari, la pizza fatta altrove non sarà mai come la nostra”, conclude ridendo senza sapere che, in realtà, quella che sembra una battuta è la pura verità.

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