La riflessione di Emanuele Caso relativa all’ossigeno con il quale Nova Como starebbe tentando di rianimare l’asfittica scena politica comasca (qui l’editoriale completo) introduce a una riflessione più ampia relativa al ruolo del civismo e al suo modo di rapportarsi con la politica tradizionale.
Partiamo dalle origini. Tra gli appassionati di politica locale che sono soliti incontrarsi in maniera più o meno carbonara per discutere delle sorti della città, fin dall’inizio delle sua storia, intorno al caso Nova Como, si imposero due domande: entro quanto tempo il movimento avrebbe smesso di definirsi “associazione culturale” e presso quale schieramento avrebbe provato ad accasarsi.
Domande che, a un passo dalle amministrative del 2027 e stando al pezzo di Emanuele Caso, sembrerebbero aver trovato risposta.

E risposta che – messa a confronto con la storia di Nova Como e delle sue battaglie trasversali, dalle scuole ai ciliegi fino ad arrivare alla città murata proibita alle biciclette – non fa che confermare il livello della politica locale, soffocata sotto tonnellate di autoreferenzialità, conventicole ombelicali, mancanza di fantasia e perenne crisi di idee. Una distanza quella che separa i partiti tradizionali dalla cittadinanza a cui vorrebbe rivolgersi, che trova nell’abusatissima liturgia dei gazebo in piazza e dei tour itineranti il proprio non-luogo di celebrazione, che dietro all’illusione di una presenza lascia trasparire la più cruda assenza.

I partiti lo sanno. Sanno benissimo di non avere le forze per andare oltre il proprio elettorato identitario. Sanno della difficoltà di intestarsi qualsivoglia battaglia civica e proprio per questo hanno guardato a Nova Como con entusiasmo interessato nella speranza – chissà – che il movimento di Falanga e Minniti scegliesse loro e non l’altro.

Ma se questo è il modo con cui i partiti hanno guardato a Nova Como, in questo gioco di specchi e di ammiccamenti sensuali rimane ancora da scoprire come Nova Como guarderà ai partiti.
E qui il manuale del civismo militante non prevede alternative. Perché abbia successo e non venga percepito come la ripresentificazione posticcia sotto mentite spoglie della politica tradizionale, il civismo di base deve riconoscersi attorno a dei valori e a delle azioni concrete smarcandosi dalle etichette dei partiti; proprio per il fatto che la parte di cittadinanza che si riconosce nel civismo di base guarda alla politica tradizionale con diffidenza e sfiducia, ritenendola parte del problema e non certo una soluzione.

Per un movimento civico la difficoltà sta tutta qui: avere un rapporto dialogante con l’area politica di riferimento ma senza esserne assorbito e senza ereditarne le tare. Provare a costruire uno spazio di confronto percependosi non come una stampella ma come un pungolo che costringa la casa madre a fare quello che finora non è mai riuscita a fare. Il civismo non può essere omologazione; ha senso solo se diventa discontinuità e se rimescola il sangue.
A oggi, che questa consapevolezza appartenga a Nova Como non è dato a sapersi, ma una cosa è certa: tradire il civismo, accontentarsi di trovare un posto in giunta accettando di sedersi composti tra i banchi della maggioranza, fregarsi le mani per un incarico direttamente proporzionale ai voti portati in dote, equivarrebbe a morire. O ancora peggio, equivarrebbe a far morire quel bisogno di civismo al quale in molti si aggrappano come ultima risposta alla palude delle segreterie dei partiti.
