Dalla nostra affezionata lettrice Amanda Cooney, in più occasioni protagonista di queste pagine con interventi e riflessioni su politica e attualità, riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera che – in occasione della Festa della Liberazione e dopo il discorso-invettiva tenuto da Alessandro Rapinese questa mattina in piazza Cavour – affronta sia il tema storico della dittatura di Benito Mussolini, sia il momento politico contingente a Como con toni tra l’analitico e il paradosso non privo di ironia.
Di seguito, il testo integrale.
La personalità di Mussolini ebbe un impatto enorme sul modo in cui l’Italia fu governata durante il regime fascista. Non si trattava semplicemente del fatto che Mussolini fosse a capo della dittatura. Lui ERA la dittatura. Che tipo di personalità aveva? Mostrava chiari segni di narcisismo: era ossessionato dalla sua immagine e dal suo status, come dimostrano chiaramente le sue pose a torso nudo in atteggiamenti da macho mentre mieteva il grano per la macchina propagandistica fascista che promuoveva la sua immagine di uomo forte. Non era mica una mozzarella lui. No.
Era una sorta di Superman che avrebbe riportato l’Italia alla sua antica gloria. Tutto ciò che il popolo italiano doveva fare era credere alle sue parole, obbedire e lasciarsi cullare da un falso senso di sicurezza. Il culto della personalità auto-esaltante di Mussolini era coltivato, e nessuno ci credeva più di lui. Il risultato sul governo? Tutto ruotava attorno a lui. Lo Stato era solo un’estensione del suo enorme ego, i ministri erano semplici figure di facciata e yesmen, il potere si otteneva esclusivamente attraverso di lui e attraverso la venerazione ossequiosa e l’obbedienza nei suoi confronti.
Aveva anche un bisogno forte di drammaticità e teatralità: discorsi interminabili dai balconi e gesti drammatici erano all’ordine del giorno e senza dubbio davano al Duce l’euforia che il suo tipo di personalità bramava. La politica era uno spettacolo, e spesso passava in secondo piano rispetto ai grandi gesti.
Era un uomo decisamente insicuro e paranoico. Aveva un profondo timore di essere considerato debole, odiava essere deriso e temeva i rivali. Qualsiasi critico o oppositore veniva esiliato o eliminato (Matteotti docet) Eliminava qualsiasi subordinato troppo capace o popolare (Italo Balbo docet), vedendoli come una minaccia alla sua posizione di leader supremo. Il risultato? Un governo docile di adulatori codardi senza spina dorsale.
Mussolini era anche incredibilmente opportunista e pragmatico nei suoi tentativi di promuovere i propri interessi e consolidare il potere. Stringeva accordi con le grandi imprese e i proprietari terrieri, voltando le spalle alla sua retorica socialista originale e all’autopromozione populista come “uomo del popolo”.
Era impulsivo ed eccessivamente sicuro di sé, il che lo portava a prendere decisioni affrettate. Odiava la burocrazia lenta e credeva fermamente che la sua sola forza di volontà potesse prevalere sulla realtà. Dopotutto, «il Duce può tutto».
Era un prepotente aggressivo che credeva che la violenza e l’intimidazione fossero segni di forza e che lo avrebbero aiutato a ottenere ciò che voleva.
In breve, il suo stile di governo era una dittatura personalistica e l’Italia fascista funzionava in base agli umori, ai capricci e alle esigenze di immagine di Mussolini.
Che sollievo allora avere un sindaco locale così diverso, così dissimile dal Duce. Como è davvero fortunata ad avere un primo cittadino che ha una solida comprensione di ciò che conta per una democrazia piena (l’accountabiliry, la trasparenza, la libertà di stampa e di parola, la pluralità di opinioni ecc.) e che non si sognerebbe mai di trasformare la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo e il ritorno alla democrazia, ottenuti grazie al sacrificio di sangue dei partigiani e dei soldati alleati, in una questione che riguarda quasi esclusivamente se stesso e un bisogno irrefrenabile di togliere i sassi dalle scarpe e lanciarli nella direzione dei presunti nemici.
Viva la Resistenza. Viva l’Italia libera. Viva il 25 aprile.