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“Lettera per una Como vivibile. Io non voglio essere espulso da un posto che ho scelto e costruito”

Ci scrive un comasco d’adozione arrivato 14 anni fa che considera la città, giustamente, ormai casa sua. Offre una riflessione sulla costante trasformazione del tessuto economico e sociale del capoluogo seguito all’esplosione turistica. Pubblichiamo integralmente la mail:

Salve mi chiamo Francesco Urbanelli. Non sono nato a Como. Non sono “comasco” per origine. Eppure, da quattordici anni, questa città è casa mia. Qui ho costruito la mia vita: amicizie, relazioni, abitudini. Qui ho deciso di restare, di investire, di mettere radici vere. Ho ristrutturato una casa con le mie mani, pezzo dopo pezzo. Ho acceso un mutuo lunghissimo, uno di quelli che ti accompagnano per una parte importante della vita. L’ho fatto con convinzione, perché amo questo territorio: il lago, le montagne, la convalle stretta che sembra un abbraccio tra acqua e pietra.

Eppure oggi faccio fatica ad accettare una prospettiva sempre più concreta: essere spinto fuori. Non per scelta, non per necessità, ma perché “conviene vendere”. Perché la pressione immobiliare cresce. Perché manca un governo cittadino capace di mettere al centro chi qui vive davvero.

Vivo e lavoro in zona Gallio. Oggi ho provato a cercare un box. Ho trovato annunci come questo: box singolo di 15 metri quadrati a 180.000 euro, che con IVA e agenzia superano abbondantemente i 200.000 euro. Ho trovato posti auto in periferia a 35.000 euro!

E io non sono una persona in difficoltà economica. Ho uno stipendio pari al doppio della media nazionale, ho altre entrate. Non posso — e non voglio — sentirmi “povero” o costretto a scappare da una città che ho scelto e alla quale ho dato tutto.

Il turismo cresce ogni anno, porta milioni di euro. Ma per chi abita Como i benefici riguardano meno di uno su dieci . Aumentano i disagi, i costi, la difficoltà di vivere la quotidianità. La città rischia di diventare una vetrina, bella ma vuota, dove chi resta è solo di passaggio.

Serve una politica che abbia il coraggio di dire chiaramente da che parte stare: dalla parte dei residenti, dei cittadini, di chi Como la vive tutto l’anno.

Serve il coraggio di mettere un limite ai bed & breakfast, come già fatto in molte città europee. Serve fermare la trasformazione del centro storico in un dormitorio turistico. Serve dire basta alla costruzione di nuovi alberghi nel cuore della città.

Serve una ZTL pensata davvero per i residenti, non solo sulla carta. Servono corsie preferenziali efficaci per autobus, battelli e servizi essenziali, per rendere la mobilità più sostenibile e vivibile.

Serve affrontare il tema del parcheggio in modo strutturale: costruire box da vendere o affittare a prezzi calmierati, uno per famiglia residente in centro, destinati esclusivamente all’uso quotidiano. Gli spazi ci sono: manca la volontà.

Serve una visione sul trasporto pubblico: fermare il treno a Borghi, togliere i passaggi a livello, creare una metropolitana leggera circolare che colleghi davvero i punti nevralgici della città e riduca la pressione del traffico.

Ho studiato la storia urbanistica di Como. Senza la visione di sindaci come Antonio Spallino, senza la sua idea di mobilità circolare, oggi avremmo una situazione ancor più drammatica. La storia dimostra che quando c’è coraggio politico, la città migliora.

Ed è proprio questo il punto: serve coraggio.

Non il coraggio di chi urla, attacca o costruisce consenso contro qualcuno.

Non il coraggio di chi si presenta come “anti-tutto” con soluzioni non organiche e spesso ridicole.

Ma il coraggio di chi sa prendere decisioni difficili, superare resistenze conservatrici e contrapporsi agli interessi di chi, da decenni, orienta lo sviluppo della città secondo logiche private e non collettive.

Perché la verità è semplice: Como non può essere governata da chi non è all’altezza della complessità della città. Le scelte urbanistiche richiedono competenza, visione, responsabilità. Non improvvisazione.

La convalle è un fazzoletto di terra, fragile per natura. Non può reggere una crescita infinita senza regole. Se le misure non bastano, anche l’idea di un biglietto d’ingresso nei weekend o nei mesi estivi non è un tabù: può essere uno strumento di sopravvivenza, non solo economica, ma culturale e identitaria.

Perché la domanda resta:

chi vive qui da generazioni – e chi, come me, ha scelto Como come casa – deve davvero essere spazzato via dalle logiche della speculazione?

Io non voglio andarmene.

Non voglio essere espulso da un luogo che ho scelto e costruito.

Como può essere e deve essere vivibile!

Cordialmente Francesco Giuseppe Urbanelli 

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