Il professore Luca Michelini, ordinario di Storia del pensiero economico Università di Pisa, è profondo conoscitore nonché protagonista della vita politico-culturale comasca. Nell’intervento articolato che pubblichiamo di seguito integralmente, partendo dall’evento Nova organizzato dai pentastellati anche sul Lario lo scorso fine settimana, il professore affronta di petto un tema che molto fa discutere: l’alleanza (che viene definita “irrisolta”) tra Cinque Stelle e Pd, anche a Como.
Di seguito il testo di Luca Michelini.
1. La sconfitta referendaria del governo, segna una battuta d’arresto importante per le aspirazioni neo-autoritarie delle destre italiane. Una battuta d’arresto, non una sconfitta definitiva: sarà infatti sulla legge elettorale che si decideranno le sorti della Repubblica, così come fu per la Legge Acerbo del 1923, che spianò la strada all’egemonia fascista e al nuovo regime, che riuscì a trovare l’appoggio di numerosi conservatori, liberali e cattolici.
Non si tratta di una sconfitta definitiva, anche per altri motivi. Di quelli di carattere internazionale non parlo, perché sarebbe impegnativo disquisire della situazione statunitense e di quella tedesca, dove la destra neo-fascista è sempre più forte elettoralmente. Mi limito ad approfondire un aspetto di quelli di carattere nazionale: come scrivono molti osservatori, il paese reale, cioè quello che ha vinto nel referendum sulla giustizia, è più avanti del paesi legale, cioè quello dei partiti dell’opposizione. I quali riversano in moltissime difficoltà, tra le quali campeggia il rapporto tra 5 Stelle e PD.
2. In termini generali, va ricordato che il PD ha “scoperto” la questione sociale solo dopo il trionfo elettorale dei 5 Stelle e che il reddito di cittadinanza, così come l’Europa degli investimenti sociali (il PNRR), sono stati frutto, rispettivamente, dell’alleanza dei 5 Stelle con la Lega e della crisi pandemica. Il PD, di suo, ha messo pochissimo e quel poco, in contro-tendenza. Basti ricordare del caso di autostrade, assurdamente privatizzate dal centro-sinistra e cristallizzate dal centro-destra, e poi all’origine di rendite economico-politiche che hanno trionfato anche di fronte al disastro gestionale e giudiziario. Al momento, solo il salario minimo, per altro molto problematico sul piano normativo, sembra costituire il vero terreno d’incontro tra 5S e PD, che è invece caratterizzato da una profonda ambiguità, non solo in politica estera (il che è scontato, poiché l’Italia è ancora una semi-colonia), ma soprattutto nei confronti dello Stato sociale.
Sanità, scuola, università, reddito di cittadinanza, diritti civili, diritto di cittadinanza, pensioni, sistema pubblico e privato dell’informazione, normazione dei partiti, moneta fiscale (i bonus edilizi), acqua pubblica, politica industriale, ambiente: sono tutte questioni dove il liberal-liberismo ha radici profonde proprio nella cultura del PD, incapace di rifarsi alla tradizione codificata nella nostra Costituzione e tradottasi nel corso della storia della Prima Repubblica in riforme di fondamentale importanza (negli anni 1945-1975), poi buttate a mare con le privatizzazioni degli anni ’90, e il conseguente attacco ai diritti sociali. Oggi l’Italia vive una crisi industriale, economica e sociale eccezionale, soprattutto nelle fasce giovanili, proprio a causa della “svolta” dei primi anni ’90, capeggiata dai “tecnici” della Banca d’Italia e dal centro-sinistra.
3. I tentativi dei 5 Stelli di riallacciarsi, pur in forme nuove, a quella tradizione (la Costituzione, le riforme 1945-1975), sono falliti non solo per motivi interni, cioè per il fatto che il Movimento non si è trasformato in partito organizzato e non è ancora riuscito a costruire, certo impresa molto difficile, una propria identità culturale. Sono falliti anche perché il “draghismo”, cioè neo-liberismo di sinistra, si è fermamente opposto a questo tentativo riformatore. Ora, di fronte ai fallimenti del “draghismo di destra”, cioè di Fratelli d’Italia, incapaci di liberarsi dalla catastrofica cultura liberal-liberista e dal retaggio del passato, le opposizioni hanno la possibilità, solo la possibilità, di tornare al governo, ma le difficoltà sono anzitutto rappresentate dal PD e dalla forma mentis dei suoi dirigenti e militanti. Vorrei fare un esempio riferendomi al caso di Como.
4. Ho partecipato a Nova, cioè a quell’iniziativa lanciata dai 5 Stelli di positivo “assemblearismo”, potremmo dire, che si è svolto in tutta Italia, per cominciare a definire il programma del partito. Sul piano interno, l’esperimento è stato molto interessante, perché ha visto una larga partecipazione popolare e una genuina e propositiva voglia di protagonismo. A Como ho scorto degli operai di fabbrica, che nei raduni del PD non ho mai incontrato; ma l’estrazione sociale dei partecipanti è stata ampiamente diversificata e trasversale, segno di un crogiolo fertile di iniziative e di idee. E’ stata una bella occasione di confronto e, per quanto mi riguarda, di ascolto dei vari gruppi auto-convocati su specifiche tematiche definitesi al momento (ho fatto la “farfalla”, una delle figure immaginate dall’incontro).
Tuttavia, è bene essere consapevoli dei limiti dell’iniziativa. La formula è stata presa da un sociologo americano, che, stufo dei soliti noiosi congressi scientifici, ha elaborato questa forma conviviale di discussione, che però è imperniata su un presupposto fondamentale: che tutti i partecipanti siano effettivamente in grado di svolgere un lavoro particolare, che consiste nella stesura di resoconti puntuali e fedeli della discussione. L’assemblea di partito o di cittadini non è un convegno di studiosi. Ci vogliono, insomma, perse capaci di fare questo lavoro, per nulla banale ed ho la sensazione che il meccanismo dei resoconti, e non discuto dunque delle capacità (notevoli) degli organizzatori comaschi, vada raffinato e implementato, per essere migliorato. Nella confusione, dai verbali si può far dire quello che si vuole.
L’investimento fatto per questi incontri avrebbe forse dovuto privilegiare il lavoro delle persone, piuttosto che le cose (gli spazi, il buffet, il materiale, pur importanti in sé e impeccabili). Ma si tratta di una distorsione tipica dei nostri tempi, non certo ascrivibile ai 5S: è il frutto del liberalismo di destra e di sinistra, che ha totalmente svalutato il lavoro umano, ad ogni livello, come dimostra la miseria dei salari italiani e della diffusione del lavoro finto-volontario.
5. Ma il dato più rilevate è stato un altro: l’assemblea ha visto la partecipazioni di alcuni, importanti, blasonati esponenti della dirigenza PD. Alcuni dei quali, invece che venire semplicemente ad ascoltare e ad osservare, hanno fatto molto di più: sono intervenuti nel merito e spesso per portare avanti le proprie posizioni, che sono bene lontane, come detto, da quelle prevalenti nei 5S, da quel che ho potuto constatare frequentando entrambi i partiti cittadini in diverse occasioni.
Comportamento non solo scorretto nel metodo (e, per quello che mi riguarda, profondamente sbagliato nel merito, ogni volta), ma che lascia intuire una enorme difficoltà che si avrà nel prossimo futuro e che è già del tutto evidente, anche alla destra al potere: quella di trovare un minimo comune denominatore per un programma di governo futuro. Del resto, è evidente che non tutti gli elettori che hanno salvato la nostra Costituzione in occasione del referendum, sono disposti a votare le attuali opposizioni, tanto più che la Repubblica si sta dimostrando capace di sopportare da e per lungo tempo, classi politiche, di destra e di sinistra, che con la democrazia e la partecipazione hanno un rapporto molto problematico.
Risulta davvero incomprensibile, inoltre, come AVS continui a flirtare con il PD, invece che con i 5S, di cui dovrebbero cercare l’alleanza. E poi perché non agire a tutto campo, almeno sul piano amministrativo, rivolgendosi anche a forze politiche regionaliste, al civismo? Le alleanze sono il frutto di rapporti di forza, non di buoni propositi programmatici. I quali, a loro volta, sono il risultato della cultura di riferimento: radicalmente differente nei militanti (gli elettori sono un’altra categoria) e nei dirigenti dei due maggiori partiti d’opposizione.
6. Concludendo. Alla luce di questa situazione, locale quanto nazionale, non posso che ritenere oggettivamente fondate le perplessità di coloro che vedono nel PD attuale un ostacolo molto serio per la ripresa di una cultura di governo effettivamente riformatrice e capace di portare la Nazione fuori dalle secche della crisi globale in cui sta finendo. La speranza è che i 5 Stelle sappiano individuare non più di due o tre temi sui quali costruire, come ai tempi dell’accordo di governo con la Lega, un’azione politica chiara e realizzabile, spingendo il PD e gli altri partiti a fare altrettanto.
Pochi punti, anche identitari per ciascun partito, da mettere in campo nei primi cento giorni di governo e poi da realizzare con i tempi dovuti. Punti che devono fare tesoro dell’esperienza della pandemia e del PNRR, poiché la Nazione potrebbe essere travolta, non fra molto, da una crisi sistemica devastante del capitalismo anglo-americano, fondato su una gigantesca bolla speculativa e bellicista. E’ questa bolla che potrebbe mettere seriamente in crisi la tenuta repubblicana: la storia insegna che minuscoli partiti, ma ben coesi e organizzati, sono capaci di rapidissime evoluzioni in grado di spezzare, formalmente o di fatto, istituzioni apparentemente indistruttibili. Tanto più se trovassero l’appoggio di governi stranieri.